LA MEMORIA DELLE PIANTE

Mimosa Pudica memoria

Ormai sappiamo che le piante possiedono capacità forse per molti insospettabili, in quanto storicamente riservate al mondo animale.

Abbiamo ad esempio avuto modo di vedere (negli articoli dedicati ai cinque sensi) che le piante sono perfettamente in grado di vedere, di percepire gli odori, di ascoltare e di gustare, pur essendo prive di occhi, naso, orecchie e bocca.

Abbiamo anche scoperto che riescono a ragionare: se consideriamo la definizione più basilare di intelligenza, ovvero la capacità di risolvere problemi, vediamo infatti che le piante la posseggono senza ombra di dubbio, pur essendo sprovviste di un cervello nel senso tradizionale del termine.

Potremmo allora fare un passo in più e chiederci: sono per caso anche in grado di ricordare, imparando così dalle esperienze vissute?

Il primo esperimento significativo in tal senso è stato compiuto dal grande naturalista Jean-Baptiste de Lamarck, studiando delle piantine di Mimosa Pudica. 

Si tratta di un tipo di mimosa così chiamata proprio perché chiude le sue foglie non appena viene sfiorata, mettendo presumibilmente in atto una strategia difensiva contro gli erbivori.

Ciò che stupì Lamarck fu la scoperta che, trasportando delle piantine di Mimosa in carrozza sul pavé di Parigi, queste inizialmente chiudevano le foglie a causa degli scossoni subìti, ma dopo un po’ le riaprivano come se si fossero abituate.

Evidentemente, avevano imparato che le vibrazioni della carrozza non costituivano una minaccia e avevano così smesso di compiere lo sforzo di chiudere le foglie. 

Questo fenomeno potrebbe spiegarsi proprio supponendo che le piante abbiano memoria degli eventi passati e agiscano di conseguenza.

Nuovi studi

In tempi più recenti, l’argomento è stato approfondito da Stefano Mancuso, scienziato di fama mondiale e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, con lo scopo di dare delle risposte certe a riguardo.

Insieme alla ricercatrice Monica Gagliano, hanno infatti riprodotto in laboratorio l’esperimento di Lamarck, posizionando dei vasetti di Mimosa Pudica su dei supporti e sottoponendoli poi a cadute di circa dieci centimetri. Uno stimolo comparabile ai salti compiuti in carrozza sul pavé.

Verificarono così che, dopo una serie di cadute (circa otto/dieci), le piante smettevano sistematicamente di chiudere le foglie. 

Hanno poi provato a sottoporre le stesse piante a uno stimolo diverso, scuotendo i vasi in orizzontale, per vedere se erano anche in grado di distinguere il nuovo stimolo, potenzialmente pericoloso, da quello di caduta a cui erano ormai abituate.

Ed effettivamente le piante risposero subito al nuovo stimolo chiudendo le foglie.

Insomma, la prova provata della loro capacità di ricordare l’esperienza vissuta e adeguare i loro comportamenti, distinguendo anche tra i diversi stimoli!

Rimaneva solo un’ultima domanda: per quanto tempo le piante riescono a conservare questo ricordo?

Per rispondere, Mancuso e Gagliano hanno lasciato indisturbate per un po’ alcune centinaia di piante addestrate a distinguere tra i vari stimoli, controllando poi in momenti successivi se conservavano ancora memoria di quanto avevano imparato.

La scoperta è stata sorprendente: la Mimosa Pudica è infatti in grado di ricordare per ben 40 giorni, un tempo lunghissimo rispetto alle capacità di molti insetti e paragonabile a quelle di animali più complessi!

Niente male, no?

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